di Marinella Correggia, Altraeconomia luglio/agosto 2008
In Bhutan un re sognatore ha imposto di misurare la “felicità nazionale lorda”, puntando ad aumentare questa, e non il PIL. Anche a costo di rinunciare al trono
La signora Gyem coltiva orzo sulle colline del Bhutan e, intervistata dalla stampa internazionale, ha riassunto le perplessità dei suoi concittadini rispetto alle prime elezioni tenutesi nel Paese lo scorso marzo. Gyem e gli altri bhutanesi hanno nutriente cibo locale, acqua potabile, scuola e sanità gratuite, elettricità, una natura spettacolare e incontaminata, un forte radicamento nei valori spirituali e culturali tradizionali: la democrazia cosa aggiungerà mai, si chiedono?
Non capiscono perché l’amatissimo re Jigme Singye Wangchuck e il suo successore dal 2006, il figlio Jigme Khesar Namgyal Wangchuck abbiano “imposto” una democrazia che nessuno chiedeva e che esporrà il Paese a nuove sfide. Il re ha spiegato: «Non posso garantire che tutti i miei successori avranno come principio guida la felicità del popolo…». Felicità, che strano sostantivo. Perla di monti e foreste incastonata fra Cina, Nepal, Bangladesh e India, poche centinaia di migliaia di abitanti (il 70 per cento dei quali dediti all’agricoltura), il Bhutan è stato indicato nel 2006 du Business week come il Paese più felice in Asia. Là, lontano lontano, negli anni 70, un re pensò che la felicità del popolo dovesse essere l’obiettivo anche della politica. E inventò la felicità nazionale lorda (FNL). Un sogno di ragazzo; la cui applicazione è promossa da una Commissione nazionale ad hoc.
Come si misura nella realtà la FNL? Ce lo ha spiegato il ministro dell’agricoltura bhutanese Lyonpo Pema Gyantso, in una sua visita in Italia. «Ci sono quattro pilastri. Primo, un certo benessere economico, con buoni livelli di alimentazione, habitat, istruzione, salute, lavoro. In pochi decenni l’apettativa di vita è salita di vent’anni, partendo dai 44 degli anni 70; il tasso di alfabetizzazione degli adulti è intorno al 70 per cento; il tasso di iscrizione scolastica infantile è vicino al cento per cento e si tratta di bambine e bambini in uguale percentuale.
Non abbiamo senzatetto e affamati. A una relativa povertà in denaro (il reddito pro capite del Paese è di poco superiore a mille dollari) in Bhutan si fa fronte con l’autoproduzione e le reti di sicurezza sociale. Secondo pilastro, l’armoniosa coesistenza con la natura: puoi anche essere molto ricco, ma se vivi in un pianeta che stai distruggendo, che ricchezza è? Noi teniamo in estrema cura la terra e le foreste, fonti di vita, biodiversità, acqua; purtroppo non saremo al riparo dai cambiamenti climatici… Terzo, una buona amministrazione da parte di persone oneste. Quarto, l’identità culturale, i valori della famiglia, la ricchezza spirituale, la rete di amicizie: puoi avere tanto denaro, ma se sei inquieto, solo, senza più valori sei davvero povero. Certo, la non cultura globalizzata è già penetrata malgrado gli sforzi; anche il tentativo di vietare del tutto il tabacco e le buste di plastica in omaggio al principio della salute e dell’ambiente ha funzionato solo parzialmente».
Andare a vedere quest’ultimo paradiso? Il Bhutan ha finora evitato il turismo da cavallette adottando una politica basata sui piccoli numeri e sui grandi incassi. Sono permessi circa ventimila visitatori all’anno e devono lasciare nel Paese almeno 150 dollari al giorno; proibito scalare le montagne.